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I METODI DELLA PALETNOLOGIA IN LIGURIA: CASI STUDIO

Giorgia Teso

In questa sezione si citano alcuni studi interdisciplinari connessi con la paletnologia in Liguria, i “percorsi tortuosi e complessi” e i metodi scientifici adottati dai massimi paletnologi – liguri e non liguri – nello studio dei resti umani antichi scavati in Liguria, a dimostrazione di quanto furono forti e precoci in questa regione, le ricadute del metodo darwiniano nell’ambito dell’indagine paletnologica.

Temi

Il metodo di scavo e d’indagine ai tempi di Arturo Issel

Giorgia Teso

Negli anni in cui Arturo Issel si applicò allo scavo delle grotte ossifere, alla frammentarietà della documentazione ufficiale si affiancava una vasta attività sommersa “di cui è impossibile ricostruire le vicende” (ISSEL, Liguria preistorica 1908). Issel a tal proposito osservava quante fossero le “ricerche eseguite senza metodo, senza regola e in alcuni casi propriamente a rapina”. Raccontava del caso della Grotta della Pollera allora scavata da Amerano e Morelli, di come un operaio coinvolto negli scavi, avesse potuto, di nascosto e per suo conto, esumare e vendere almeno tre scheletri (ISSEL, Liguria preistorica 1908, 360). E si rammaricava delle barbarie occorse ai suoi tempi ai Balzi Rossi: “Nel 1883, il prof. Leone Orsini, residente a Ventimiglia, accortosi che la quinta caverna o Barma Grande, rovistata solo superficialmente dai precedenti investigatori, prometteva ancora ricca messe di fossili, incominciò in questa uno scavo sistematico, proponendosi di proseguirlo attraverso tutto il materiale mobile che riempiva la spelonca fino all’incontro della roccia viva. Ritagliando nel suolo una serie di gradini, egli scopriva successivamente i vari strati archeologici e veniva raccogliendo poco a poco avanzi organici e manufatti, notando accuratamente la profondità di ciascuno. Il professore […] sospeso un giorno il lavoro a causa del tempo cattivo, ritrovò l’indomani tutto messo a soqquadro e distrutti i gradini. Da ciò egli fu in¬dotto ad abbandonare l’impresa” (ISSEL 1892, p. 260).

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Gli anni ’40 del Novecento: Luigi Bernabò Brea e Nino Lamboglia

Giorgia Teso

Il periodo intercorso fra gli anni di attività di scavo di Arturo Issel e dei suoi illustri contemporanei, e gli interventi di Bernabò Brea e di Cardini alle Arene Candide, fu caratterizzato dal riemergere di tendenze etnografico-folkloriche e da una sostanziale scarsità di ricerche sul campo. “La grave crisi economica e sociale attraversata dall’Italia nostra e dai paesi vicini [subito dopo la Prima Guerra Mondiale] – osservava Arturo Issel – si ripercuote sull’industria delle arti grafiche e sulle indagini paletnologiche ed archeologiche” (note supplementari a Liguria Preistorica, pubblicate da Issel nel 1921 citate in BONCI – FIRPO – ROSSI 2008, p. 260).
Tra i due conflitti mondiali la divulgazione dell’archeologia venne condizionata dall’ideologia. L’interesse per l’Antica Roma fornì alla paletnologia un impostazione sempre più umanistica anche se la scuola fiorentina proseguiva la sua impostazione naturalistica. Da Pigorini in poi in ambito paletnologico l’entusiasmo locale subì un freno (RATTI 2008, p. 370).

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Dopo Luigi Bernabò Brea e Nino Lamboglia: il metodo interdisciplinare contemporaneo

Giorgia Teso

Secondo Jean Guilaine “Dalle Arene Candide a Lemnos, passando per la Sicilia e le Eolie, Luigi Bernabò Brea si avvalse delle sequenze sovrapposte delle caverne liguri, delle costruzioni successive del castello di Lipari o delle diverse fasi colorate (nero, blu, verde, rosso, giallo) di Poliochni, e per mezzo di tutto questo, fornì un’ammirevole lezione di stratigrafia ceramica. Per onorare la sua memoria in questa ottica, desidero qui evocare qualche aspetto del passato e del presente della ricerca sulla “neolitizzazione” e il Neolitico antico del mediterraneo […] mettendo l’accento sulla necessità di costruire una stratigrafia teorica del Neolitico mediterraneo che, al di la delle specifiche regionali, faccia meglio apparire le concatenazioni o le rotture che nel tempo e nello spazio hanno caratterizzato le progressive estensioni dei processi di formazione del Neolitico” (GUILAINE 2004, p. 115).

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